giovedì 23 ottobre 2014

Intervista a Roberto Alba

Roberto Alba


Ho conosciuto Roberto Alba in occasione della presentazione del suo libro L’estate di Ulisse Mele in una libreria cagliaritana. Ciò che colpisce di lui è, indubbiamente, l’innata simpatia: è proprio una di quelle persone con le quali ci si trova bene a farsi le famose quattro risate, anche cinque in effetti. L’ho incontrato altre volte e, da ultimo, durante la presentazione del libro di un’amica in comune. Lì mi è venuta l’idea dell’intervista perché ho pensato -visto che sono previdente, lo sanno tutti- “Aspetta poco-poco prima che diventi famoso e antipatico, prima che se la tiri troppo e mi faccia dire dal suo segretario in livrea di fissare un appuntamento almeno otto mesi prima, gli faccio qualche domandina”. 

Io mi sono innamorata di Ulisse Mele, del piccolo grande bambino. A quanto pare non sono la sola, cos’è per te Ulisse, cosa rappresenta?
Ulisse è un viaggio, Ulisse è l'emozione di ricordare la felicità che esiste solo nel cuore innocente di un bambino. Ulisse sono i miei ricordi spensierati. Ma Ulisse è anche la scoperta di una verità: gli adulti e i loro problemi, le bugie. Gli adulti cercano la felicità perduta e si illudono. Ulisse rappresenta la crescita del bambino che ciascuno di noi custodisce. Solo chi ogni tanto lo lascia libero ha la fortuna di riconoscere nelle persone la luce della verità.

Perché hai scelto un bambino? E, soprattutto, come hai fatto, tu che sei bello grande, a vestire i panni, adottare il linguaggio e i pensieri di un bimbo?
Scrivere, raccontare una storia come quella della famiglia Mele mi ha portato a valutare la necessita che  il narratore fosse il meno condizionato possibile dagli eventi. Ulisse con la sua sordità risultava perfetto. Poteva osservare, non farsi confondere dalle parole. Lui poteva conoscere la verità dai volti delle persone. Il linguaggio in prima persona è stata la parte più difficile. Ho cercato di “regredire”, mi sono fatto una seduta di autopnosi e sono tornato indietro di 40 anni... il problema è stato risvegliarmi!

A sentir parlare così bene del tuo libro cosa si prova? Qualche lacrimuccia?
Confesso! Lacrimoni di gioia ma solo nel silenzio della mia camera, siamo già alla seconda ristampa. Ma la cosa che più mi ha sorpreso sono le persone che mi scrivono e mi raccontano la loro storia. Chi vive nel silenzio, come il piccolo Ulisse che è sordo, si riconosce in lui e nella sua famiglia, torna al tempo dell'infanzia e vive quei momenti con una nuova consapevolezza. La mia gioa più grande è quando Ulisse riesce a dare una carezza a queste persone.

Parlaci di Alba quando scrive.
Scrivo quando ho qualcosa da raccontare. Non sono un amante della scrittura fine a se stessa. Non scrivo per il piacere del suono delle parole. Devo avere l'idea di un personaggio e della sua storia, solo allora inizio a scrivere. Penso di aver iniziato troppi romanzi, ma sono pochi quelli che trovano la strada con il cartello “the end”. Quando scrivo sono veloce. Ho la storia schematizzata in testa. Ho il finale, poi posso cambiarlo, ma quando inizio un romanzo ho l'idea precisa di come deve finire... o non finire. Ulisse è stato scritto in circa 3 mesi, e la fine, la frase finale è nata quando non avevo ancora completato il primo capitolo.

Ma Alba quanto, cosa, come e dove legge?
Leggo 2 o 3 libri al mese, ma quando scrivo non leggo se non in rare occasioni. Sono un lettore “trasversale”, leggo tutto tranne i fantasy. Leggo a letto, è per me una forma di  piacere irrinunciabile... e devo stare attento a non rimanere troppo sveglio! Ma quando scrivo le cose cambiano, scrivo di sera, dal dopocena sino alle 2 o 3 di notte. 

Uno scrittore che ami e uno che odi.
Quelli che odio sono preziosi, li leggo per ricordarmi che in quel modo non devo raccontar le storie. Quindi evito di fare i loro nomi per non svelarmi il mio segreto!
Amo uno scrittore su tutti, ma a pensarci, ogni tanto divorzio e ne scelgo un altro. Dipende dal momento. Ma il primo amore non si scorda mai, giusto? Rispondo così: Il mio scrittore primo amore, non dell'adolescenza, ma dell'età adulta è Calvino. Il suo Il Barone rampante è stata una folgorazione. 

Consigli a un giovane scrittore?
Quando rileggendo qualcosa che hai scritto dirai a te stesso questa è una schifezza, allora sarai sulla buona strada per scrivere qualcosa di buono. Non c'è miglior giudice di noi stessi. Il problema è che dobbiamo avere molta stima di noi. Quindi, se abbiamo un amico che su ogni frase scritta ci fa le scarpe, teniamolo stretto (non molto stretto che poi muore :D ). 

La Sardegna. Parlarne nei tuoi scritti è fondamentale?
No, non è fondamentale. Il primo romanzo che ho scritto “La spiaggia delle anime” è ambientato in Grecia, Ulisse in Sardegna, il prossimo...

Domanda di rito: a quando il prossimo romanzo?
Questa è la domanda del mistero. Spero che esca il tempo giusto  per farvi scoprire una storia che difficilmente riuscirà ad annoiarvi. E questa è una promessa!

E noi aspettiamo!
L'estate di Ulisse Mele

domenica 28 settembre 2014

LA METÀ DEL GIGANTE - Gianfranco Cambosu

CEDIMENTI
Titolo: La metà del gigante
Autore: Gianfranco Cambosu
Editore: Barbera
Pagine: 192
Genere: Romanzo




Siamo nella Sassari degli anni novanta. Pietro Aglientu è un bibliotecario trentenne che sogna di diventare scrittore, il suo sogno pare destinato a non rimanere rinchiuso in un cassetto quando l'editore della Sogni Esagerati, Riccardo Golia, gli comunica, appunto, l'intenzione di voler pubblicare il suo romanzo. E mentre Pietro attende che il suo grande sogno diventi realtà, la Casa Editrice organizza un corso di scrittura alla quale lui parteciperà pur non avendo mai l'occasione di incontrare Golia con il quale avrà sempre, e soltanto, contatti epistolari. Il punto di riferimento dell'aspirante scrittore saranno due collaboratrici, Barbara e Lisa, che lo inviteranno a ripercorre e recuperare il suo passato. Tale ricerca sarà lo strumento che porterà alla luce una dolorosa verità...

La metà del gigante è il romanzo della ricerca di se stessi attraverso il passato attraverso, soprattutto, quello strumento magico che son le fotografie capaci di immortalare istanti e sguardi consentendo di recuperare momenti distrattamente abbandonati perché la vita, in sé. è troppo veloce e insegna un'insana indifferenza verso i particolari i quali -spesso- contengon l'essenza di una vera esistenza. 
È presente, nelle parole di Cambosu, l'acre, e talora insopportabile, sapore che hanno il crollo di quelle certezze costruite giorno dopo giorno: quando quell'impalcatura stabile, che pare inattaccabile e quasi eterna, inizia a scricchiolare, ci si sente perduti poiché quello scricchiolio - che, a un certo punto, diviene lacerante e assordante, ci ricorda, in qualche modo, che è necessario ricominciare e ricominciare fa sempre un po' paura. Saranno le certezze di Pietro, il protagonista, a crollare in una maniera sconvolgente dato che saranno messe in discussione le sue stesse radici, il suo senso di apparenenza e quando son le radici ad essere messe in discussione l'effetto è sempre destabilizzante: nulla è più atroce del domandarsi chi si è veramente, chi si è stati e chi sono stati quelli che ci hanno fatto crescere, ci hanno educato e accompagnato in ogni istante della nostra vita. 
Pietro è un sognatore, forse poco calato nella realtà, incapace di prendere decisioni importanti, preferisce lasciarsi vivere: troppo affannoso vivere. Si trascina una storia d'amore con una donna, Luana, che forse non ama. Si lascia vivere da quel rapporto anaffettivo, senza slanci, senza passione. Ma quella situazione precaria Pietro l'accetta in quanto rappresenta, in qualche modo, un equilibrio. 
La metà del gigante, vincitore del Premio Barney 2013, definito dall'autore stesso un romanzo di formazione dimostra ancora una volta l'abilità di Cambosu nel tessere trame e originali non scevre, come nei suoi precedenti romanzi, di un alone di mistero sempre incalzante il tutto con uno stile elegante, lineare e molto curato. 
Una lettura scorrevole e intensa.


Altri libri:
Pierre, Nello Rubattu


sabato 27 settembre 2014

UN PASSO INDIETRO - Nicole Pizzato


Anche i ricchi piangono. Il ritorno

Titolo: Un passo indietro
Autore: Nicole Pizzato
Editore: Prospettiva
Anno: 2013
Pagine: 345
Genere: Romanzo

Siamo sotto il caldo sole della Sicilia. Elisabetta Primo, figliola di Don Marcella e della contessina Marianna, ha ventuno anni e dopo un periodo trascorso nell'isolamento, a seguito della fine - imposta dalla crudele quanto fascista genitrice - del suo amore impossibile, cerca di riprendere in mano la sua vita. Cosa non certo semplice impigliata com'è in un mondo che pare non appartenerle, anzi pare proprio disgustarla. La sua famiglia è ricca, sua madre è l'emblema di una società snob, frivola e i suoi amici, o presunti tali, vivono in un mondo di agiatezze e paiono preoccuparsi solo dell'apparire, delle feste cosiddette "ignoranti", dei viaggi e dei bei vestiti (anche le pantofole devono essere quantomeno di Gucci). Ma in quel mondo che Elisabetta rifiuta c'è ancora spazio per l'amore?  C’è spazio per il brasiliano Raoul, l’autista di famiglia bello come il sole, ma di una classe sociale incompatibile con la sua? C’è spazio per la vera amicizia una volta eliminate le maschere create per nascondere sofferenze che affondano le loro radici nel passato? Per quanto ambientaro nell'Italianissima Sicilia Un passo indietro ricorda, quasi prepotentemente, la trama di una telenovela sudamericana della quale possiede tutti i crismi: gli abiti scintillanti, la madre autoritaria e snob, il fluire del denaro, la netta contrapposizione tra ricchi e poveri, l’impossibilità dettata da una legge naturale per i ricchi di mescolarsi con i poveri (non sia mai) mancherebbe solo l’elemento principe di quel genere televisivo, ossia il famoso test del DNA idoneo a rivelare a qualcuno dei protagonisti che colui che ha creduto suo padre, in effetti, non lo è, ma per il resto c’è tutto. E come se non bastasse alcune parti del romanzo ricordano certi scenari adolescenziali del bel mondo Mocciano che mi han subito fatto venire il sospetto che questo libro non l’avrei salvato. Ma sono obiettiva e, per onestà, inizio dalle cose buone: l’idea di fondo, basata sull’anticonformismo della giovane protagonista, non è certo deprecabile, anzi nasce un sentimento di solidarietà per Elisabetta e per le sue lotte. Certo, non basta mai l’idea di fondo, soprattutto se non sviluppata bene, come una materia prima pregiata annientata da mani poco sapienti di un artigiano. Infatti, nell’evolversi della narrazione ci si perde in temi troppo complessi come la mafia, l’anoressia, e l’amore omosessuale trattati con estrema semplicità e che, finendo nel calderone, non riescono comunque ad amalgamarsi armonicamente con il resto. 
Da non sottovalutare, infatti non l’ho per niente sottovalutata, la presenza di imprecisioni, di refusi e di abbondanti e abnormi errori ortografici e grammaticali che rendono la lettura eccessivamente fastidiosa per non dire urticante. E se questo non bastasse (ma vi assicuro: era più che sufficiente) viene in soccorso un uso arbitrario, per non dire fantasioso e scriteriato, dei segni di interpunzione che incitano inesorabilmente a un abbandono della lettura e a una preghiera, per chi fosse credente, affinché nella memoria non rimanga traccia del libercolo.
Ah! Dimenticavo: non posso non ricordare, per amor di precisione, come i vari capitoli siano intervallati da brani che dovrebbero essere poesie. Insomma: se la prosa dovesse esser insufficiente consolatevi con la poesia.


martedì 5 agosto 2014

LA CASA DELLA CIVETTA - Tonino Oppes

Di magia si vive

Titolo: La casa della civetta
Autore: Tonino Oppes
Editore: Condaghes
Anno: 2009
Pagine: 125

"Nessuno però dimentica le antiche paure. Un tempo il suo canto faceva venire i brividi. Erano gli anni in cui la morte e la civetta erano una cosa sola."
Pag. 48

Quando ero piccola, i miei genitori acquistarono, per me e mia sorella, un'enciclopedia tutta verde: Io e gli altri. Erano i tempi nei quali internet ancora non esisteva e le ricerche per la scuola, che andavano tanto di moda, si facevano in quei grossi volumi. Volumi pesanti, ingombranti ma estremamente ricchi di mondi da scoprire. L'acquisto di tale enciclopedia comprendeva anche un omaggio: il libro Fiabe sarde di Sergio Atzeni e Rossana Copez. Libro che, nel corso degli anni, è stato letteralmente consumato da polpastrelli fin troppo avidi di storie. Questa premessa per dire come la lettura de La casa della civetta  di Oppes mi ha riportato alla memoria quel vecchio libro. Perché la lettura non è mai fine a se stessa e può tanto: anche riportarci indietro nel tempo e farci rivivere momenti, emozioni e sensazioni dei bei tempi dell'infanzia. E il ritrovarsi dinnanzi l'immagine di se stessi bambini intenti a sfogliare con gioia quelle pagine, in qualche angolo di una casa diversa da come è oggi, ha qualcosa di magico. 

La casa della civetta è una raccolta di racconti dedicato ai bambini. Sia ai bambini "veri" sia, e forse soprattutto, a quelli che hanno dimenticato di esserlo stati un giorno. I protagonisti assoluti dei racconti sono gli animali -fenicotteri, civette, tartargughe e non solo - e il loro affascinante mondo che si interseca o, spesso, si scontra con il mondo degli uomini. Nelle ambientazioni di una Sardegna rurale, in un mondo agro-pastorale, anche se non esclusivamente, appare l'uomo che, in alcuni casi, assume le vesti di un nemico e, in altri, cerca di instaurare un legame d'amore con il mondo animale e con la natura in generale. 
Il libro, a metà tra leggenda e memoria, è ricco di messaggi positivi e non è difficile percepire l'invito a ricordare: ricordare le storie, ricordare il passato, il legame con la terra, con il mare, con la natura, legame che va salvaguardato perché l'ambiente che ci circonda va, sempre, rispettato. 

È stato bello leggerlo per me e per la mia bimba perchè di storie non si smette mai di aver bisogno. Né a due anni né a quaranta. Né, spero, a sessanta. E se ne ha bisogno per sognare, per riflettere, per sorridere anche con un velo di malinconia sul volto e aver la sensazione di sentire la voce di una nonna che, tanto tempo fa, raccontava con voce pacata. Tonino con il suo linguaggio semplice e accattivante è riuscito a farmi questo regalo: tante storie. 

Il libro è inoltre accompagnato dalle significative illustrazioni di Eva Rasano che aggiungono magia alla magia già esistente. 

Altri libri:
Il domatore, Alberto Secci
Pierre, Nello Rubattu

mercoledì 23 luglio 2014

L'ESTATE DI ULISSE MELE - Roberto Alba

L'ULTIMA ESTATE. FORSE

Titolo: L’estate di Ulisse Mele 
Autore: Roberto Alba 
Editore: Piemme 
Anno: 2014 
Pagine: 210
Genere: Romanzo
Sardegna.Ulisse ha nove anni, vive in campagna, in cima a una collina di terra e di sassi, con la sua famiglia. Una famiglia nella quale cadono spesso le stelle cadenti che hanno la forma di botte. Le botte che suo padre Alfio riserva a Didi e Betta i suoi fratelli maggiori che non hanno voglia di studiare. Nel mattino di una calda estate, proprio quando stanno per arrivare, come ogni anni gli zii e i cugini, Didi e Betta decidono di andare al mare con il fidanzato di quest’ultima. Betta non tornerà più…
In un mondo fatto di rumori, di suoni e di parole si muove il piccolo Ulisse portando con sé il suo personale mondo fatto di silenzi, di sensazioni e di immagini. Ulisse è sordo, sordomuto dicono tutti, ma questo non fa di lui un “handicappato” perché il piccolo è un genio, sogna di diventare un ricercatore per quanto suo padre voglia fare di lui un avvocato per mandare in galera la famiglia Maraschi che ruba loro la terra.
Dirà Ulisse " _sono sordomuto, così dice la gente, però non mi piace usare questo termine perché può farvi pensare che sia handicappato, invece sono solo sordo, capisco benissimo e cammino senza sedia a rotelle e... sono un genio. Nessuno mi deve spiegare le cose due volte._"

Un romanzo delicato nel quale l’ingenua e arguta voce di Ulisse ci permette di vedere una realtà scevra di filtri o condizionamenti tipici dell’essere adulti e non derivanti, solo, dal possedere quel senso – l’udito- di cui il piccolo è privo.
Ulisse riesce, per esempio, a capire se qualcuno mente perché per lui uno sguardo non è costituito soltanto da due occhi in un volto, come lo è per tutti, ma è un insieme di emozioni, di significati nascosti, di verità e mondi da scoprire.
La storia di per sé è molto dolorosa, la scomparsa di Betta altererà gli equilibri familiari attribuendo un nuovo significato ai giorni, ai luoghi, ammantando il paesaggio di un velo di malinconia rappresentato, quasi ne costituisse il simbolo, da quel gommone portato dallo zio che, in quella tragica estate, non vedrà mai il mare e sarà abbandonato quasi a voler ricordare che l’estate in cui Betta è sparita sarà diversa da tutte le altre e forse l’ultima estate da bambini.
L’estate di Ulisse Mele contiene anche una attenta disamina, con buona dosatura di tenerezza e crudezza, dei rapporti familiari. In ogni famiglia, quindi anche in quella di Ulisse, ci sono dissapori, si covano rancori che hanno le loro radici in un passato, spesso sconosciuto o taciuto, perché spesso è più facile serbare livore verso un membro della propria famiglia anziché verso un estraneo che, paradossalmente, si riesce a perdonare più agevolmente, però è anche vero che quella famiglia anche dopo anni di silenzio e di assenze riesce a dare un sostegno nei momenti più tragici. Perché è nei momento più tragici che appaiono zie o parenti mai conosciuti prima che in forza di un legame atavico legame privo di un nome ben definito, ma molto simile al concetto di amore con tutte le sue sfumature anche quelle cariche di dolore, di rimorsi e rimpianti.La grande capacità di Roberto Alba credo sia stata quella di calarsi a pieno nel ruolo di un bambino, è il bambino Ulisse che scrive, parla, è sempre un bambino che descrive il suo mondo e il mondo degli adulti con i suoi occhi, attenti e intelligenti. È come se lo scrittore avesse dato ad Ulisse i suoi strumenti sussurrandogli: raccontaci la tua estate.
Ed è in questa capacità di calarsi in un bambino di usare il suo registro linguistico e, soprattutto, nella sua sensibilità che risiede la magia di questo romanzo, forte e delicato al tempo stesso.
Un romanzo che non finisce una volta che si legge l’ultima pagina, ma che fa riflettere sulla bellezza dell’esser bambini e che ci induce a cercare in qualche angolo remoto della nostra anima una parte di Ulisse, una parte del bambino che siamo stati. Parte che non è stata perduta inesorabilmente come spesso si crede, ma è solo stata accantonata credendo di avere impegni più importanti, come sempre.
Il romanzo, insomma, ha il sapore dei giochi all’aperto, di occhi sempre attenti a esplorare e a curiosare, di voglia di giocare, ha il sapore dell’estate, di quando era l'estate era bella, di quando estate voleva dire correre, giocare e ridere.

mercoledì 16 luglio 2014

Lotterie dei sogni

Lotteria - Stampa antica 1886

È vero che le statistiche dicono che si legge poco, ma vi assicuro che conosco tantissime persone che amano farsi incantare dalle parole magiche dei libri, persone che hanno la casa sommersa da pagine e pagine di storie, conosco persone che, puntualmente, si recano in libreria considerandolo il luogo migliore per eccellenza. Già, le librerie: luoghi che regalano magia. E dico ciò anche se non credo di avere tutte quelle manie che sfiorano il patologico, manie che caratterizzerebbero il lettore modello: per esempio, io non annuso i libri o non equiparo il prestito di un libro alla donazione di un rene. No, io li presto, li perdo, li ricompro, li sottolineo e, a volte, ci mangio sopra o li dimentico nel cruscotto della macchina fino a che non si ingialliscono. Effettivamente, non corrispondo al modello di lettore delineato da più parti e che, spesso, è solo un tirchio, così per dirla tutta.  Detto questo e chiarito che non sono un modello (neanche una modella, se vogliamo) è pur sempre vero che adoro i libri e, di conseguenza, le librerie. E i librai. Soprattutto quelli che combattono ogni giorno per far andare avanti il loro piccolo regno, quelli che i libri li leggono, quelli che  ti propongono libri fuori dal coro, quelli che organizzano presentazioni di autori non solo noti. Insomma, i librai intraprendenti. Coraggiosi e pieni di iniziative e che dimostrano, giorno per giorno, come il mondo della lettura possa avere mille volti, possa essere occasione di dibattiti, di incontri, di nuove conoscenze. Perché il libro è, di per sé, un mondo. Un vasto mondo.
Ah, dimenticavo: non sopporto tutti quelli che si disperano per le chiusure delle librerie e, poi, puntualmente, acquistano i libri online. Ecco, siete una massa di ipocriti.
Torniamo ai librai. In quel di Cagliari, nella via Tuveri, proprio vicino al tribunale c’è una libreria, la libreria Cocco il cui nome, credo, sia conosciuto da tutti essendo una libreria storica di Cagliari. Ebbene, in quella libreria lavora, appunto, Alessandro Cocco che ha seguito la tradizione di famiglia (e di questo gli siamo grati). Ha iniziato giovanissimo, a soli 24 anni, e ciò che più conta è il fatto che egli incarni l’immagine del libraio curioso, disponibile, libero.
Alessandro  ha organizzato un evento a dir poco speciale e unico in Sardegna: una  lotteria.  Ma mica una lotteria normale, no. Lui ha ideato la lotteria dei libri.  Il cui funzionamento è abbastanza semplice: basta recarsi alla libreria Cocco (a partire dal 26 giugno) e acquistare almeno due libri, con l’acquisto si riceverà un biglietto numerato; ogni acquisto successivo al primo varrà un biglietto per ogni libro. Conservare gelosamente i biglietti e sabato 26 luglio ci sarà l’estrazione finale al termine di una serata di intrattenimento nella quale saranno presenti un illusionista, numerosi autori sardi, ma anche le opere della pittrice cagliaritana Liliana Stefanutti e i disegni  della giovane Elisa Erriu. Ci sarà anche il buffet così giusto per non farci mancare nulla. La serata sarà presentata da Fabio Marcello.
Suppongo vogliate sapere quali siano i premi in palio. Eccoli:
-          Il primo premio un romanzo a scelta del vincitore e cena per due persone presso il ristorante KilometroZero.
-           Il secondo premio sarà un buono da €. 50,00 da spendere per successivi acquisti in libreria.
-          Il terzo premio sarà, invece, un buono da €. 25,00 da spendere per successivi acquisti in libreria.REGOLAMENTO:
Per partecipare occorre acquistare
(da Giovedi 26 Giugno fino al giorno dell’estrazione) almeno due romanzi a piacere. Al momento dell’acquisto verrà rilasciato un biglietto numerato che consentirà la partecipazione all’estrazione finale, prevista per SABATO 26 LUGLIO.
Ciascun acquisto successivo al primo, varrà un biglietto per ogni libro.

L’ESTRAZIONE FINALE avverrà in libreria al termine di una serata di intrattenimento durante la quale l’illusionista Alfredo Barrago eseguirà un divertente spettacolo di prestigio.
Saranno presenti scrittori sardi accanto all’esposizione delle suggestive opere della pittrice cagliaritana Liliana Stefanutti, e degli espressivi disegni della giovane Elisa Erriu. Entrambe le artiste saranno ospiti della serata.
Presenta il giornalista Fabio Marcello.
Seguirà un buffet.

PREMI:
- Primo premio: un romanzo scelto a piacere dal vincitore e una cena per due persone presso il Ristorante KilometroZero.
- Secondo premio: buono da 50 Euro per acquisti in libreria.
- Terzo premio: buono da 25 Euro per acquisti in libreria.
Naturalmente, io parteciperò e anche se di solito non vinco mai nulla (per esempio, da piccola non mi sarei stupita se il mio uovo pasquale, e solo il mio, fosse stato privo di sorpresa), non mi perderò questo evento che ha il sapore di cultura, di libri, di voci interessanti  e, in ogni caso, è un omaggio ai lettori, alle librerie, alle belle iniziative che riguardano il magico mondo delle parole. Poi non dite che l’estate cagliaritana è noiosa. E chapeau ad Alessandro per l’iniziativa e...continua così.




martedì 15 luglio 2014

IL VINCITORE È SOLO - Paulo Coelho

Il vincitore è (un) bolo. Indigesto

Titolo: Il vincitore è solo
Autore: Paulo Coelho
Editore: Bompiani
Anno: 2009
Pagine: 448
Traduttore: Rita Desti








Ho iniziato con il piede sbagliato, lo riconosco e, ora, con il piede giusto mi ritrovo a sputare veleno verso questo romanzo a causa di una serie ordinata di reazioni a catena. Tutto è cominciato quando una mia amica mi ha prestato questo libro. Potevo ancora salvarmi, ma ho fatto l'errore di aprirlo. L'errore successivo è stato quello di continuare la lettura in base ad un mio astruso principio privo di qualsivoglia fondamento logico-razionale: terminare la lettura di ciò che inizio. Sempre. 
Si, lo so! Potrei sgarrare e astenermi dal rispettare questa insana regola confidando nella mancanza di torture o punizioni corporali. Ma non sgarro e, imperterrita, continuo. C’è qualcosa di patologico in questa sorta di autoflagellazione che mi impongo con costanza forse per qualcosa che non ho portato a termine in una vita precedente o, forse,nel mio passato… Mah, chissà… Per farla breve: ho terminato questo libro per riporlo nella scrivania in attesa di restituirlo alla mia amica vincendo la tentazione, forte devo dire, di lanciarlo dal balcone.
Cercherò di essere buona e di individuare almeno un lato positivo in questa mia traumatica esperienza ricorrendo alla mie riserve, peraltro non abbondanti, di ottimismo. Si, credo che la cosa migliore sia il vivace colore della copertina.
Coelho ci narra le vicende di un potente imprenditore russo che, come ogni russo che si rispetti, si chiama Igor. Anche io ho un nome russo ma non sono russa, i miei genitori non son stati attenti a quei “fondamentali” dettagli che ad uno scrittore preciso e attento, invece, non sfuggono (!).
Igor è bello, ricco, potente, insomma uno di quegli uomini che, come da copione potrebbe
 avere tutto ma così non è. C’è una grossa falla nella sua vita, una mancanza che gli toglie il respiro e questa mancanza si chiama Ewa. La sua ex fidanzata che lo ha lasciato e si è innamorata (si fa per dire) di uno stilista arabo che sarebbe rimasto solo un semplice arabo con la passione per i rammendi dei burqa se non avesse conosciuto un famoso sceicco. Quest’ultimo, per una serie di coincidenze, gli permette di studiare e di farlo entrare nel fatato mondo dell’alta moda europea. Le vie della Provvidenza divina sono infinite e assumono varie forme. È anche vero, ed è cosa risaputa, che le conoscenze e le giuste raccomandazioni sono utili. E Igor di fronte al desiderio della sua ex compagna di ricostruirsi una vita nella quale non è contemplata la sua presenza, lancia al cielo il suo possente NIET che, nella sua folle ossessione, lo porterà a distruggere altri mondi. Mondi intesi come persone la cui morte costituirà per Igor il modo di lanciare alla sua Ewa dei messaggi. In fondo Ewa è distratta, se cosi possiamo dire, sciocca femmina che non capisce come il suo rapporto con il russo faccia parte di un progetto stilato dall’ingegnere che sta in alto, che tutto vede e tutto ordina e nessuno può permettersi di disattenderlo. È Dio che, come ripetutamente afferma Igor, ha voluto quella unione: volontà del capo supremo e non si discute.
Tale ossessione amorosa colorata di pedanti richiami al divino porterà al fiorire di cadaveri eccellenti e meno eccellenti. In particolare, le tecniche di eliminazione apprestate da Igor non determineranno lo spargimento di grosse quantità di sangue poiché egli è un perfetto igienista e fa largo uso, senza mai lordare né il futuro cadavere né il luogo del delitto, di pratiche omicide avanzate e inusuali. Insomma, un amante della pulizia in tutti i sensi. E questo amore per la pulizia e per la bellezza delle sue vittime (che più che morte paiono addormentate) è perfettamente in linea con l’ambientazione del romanzo: Cannes. Luogo di apparenza, di bellezze, di perfezione ad ogni costo. Di immagine.Ovviamente l’attenzione dello scrittore- dotato di sensibilità fuori dal comune (!)- non poteva non soffermarsi su quel mondo ovattato, superficiale, ricco di pseudo-sentimenti effimeri come le unghie ricostruite, di diete, di conteggio maniacaldelle calorie, di extension, di sogni di gloria. Ed è proprio nella descrizione di questo mondo che mi è parso di individuare quasi una critica forzata, un tentativo affannoso di scardinare, eticamente, quel mondo ma di farlo per ottenere un riconoscimento. Insomma, non vorrei insinuare (ma anche si) ma ho avuto la fastidiosa sensazione che Coelho fustigatore dei costumi abbia navigato (a bordo di insicura zattera, mi pare) un terreno fertile al precipuo scopo di far emergere i suoi “puri” e tanto decantati principi religiosi, il suo esacerbato spiritualismo per lanciare un messaggio : “sto dalla parte dei buoni non sono uno di Cannes, IO!”
Un romanzo pesante, ripetitivo. I racconti che hanno ad oggetto le esperienze di vita delle modelle paiono strapparti da una delle tante riviste patinate sempre uguali a sé stesse. Niente di originale. Prolisso allo sfinimento, pareva che ogni periodo fosse stato allungato a mo’ di elastico per consentire alle parole di espandersi confusamente tra le pagine bianche e protrarre l’attesa di quel finale a sorpresa che non ha, di fatto,sorpreso nessuno. Dimenticando che le troppe parole annoiano e che gli elastici, per quanto resistenti, si spezzano. 
Una caterva di cose trite e ritrite e ritrite ancora seppur infarcite, artatamente, dai consueti richiami al suo dio, all’amore universale, alla perenne dicotomia spirito-corpo. Ogni tanto, qualche pillola di saggezza incapace di attrarre in quanto frutto di un cattivo miscuglio degli ingrediente e dall’abbondanza di toni fastidiosamente patetici.Domanda d’obbligo: La bruttezza è sempre soggettiva?
Grazie (si fa per dire) amica Chiara