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giovedì 14 luglio 2016

ANNI D'INFANZIA - Jona Oberski

"Di storie e di stelle"

Titolo: Anni d’infanzia. Un bambino nel lager
Autore: Jona Oberski
Editore. Giuntina
Anno: 1996
Pagine: 119
Traduzione: Amina Pandolfi
Genere: Romanzo autobiografico

La ferocia e il dolore raccontati da uno spettatore e cronista speciale: un bambino.

Il bimbo e la madre era stati presi dai soldati. Buio, in un luogo con le pareti di legno. Odori sconosciuti e rumori che confermavano la presenza di altre persone. La madre lo accarezza, lui chiede del papà. La madre lo consola dicendogli che è stato tutto uno sbaglio e che presto sarebbero tornati a casa, dal padre. Una settimana dopo, insieme ad altre poche persone, tornano davvero a casa. Ricomincia la vita normale, il compleanno del bimbo e quel regalo meraviglioso, un burattino, i giochi in strada. Ma anche i negozianti che si rifiutano di dar loro qualcosa, anche se pagano, e la stella gialla cucita nei vestiti. Una mattina il bimbo viene svegliato dalle urla di un uomo. Capisce che devono sbrigarsi. Devono partire, senza perdere tempo: il soldato continua a urlare. La mamma prepara le valigie. Il bimbo si ricorda del suo burattino: troppo tardi, la valigia era già stata chiusa. Il papà stacca il burattino dal muro e glielo porge: dovrà portarlo il piccolo.  Camminano con quelle valigie pesanti,. Arriva un camion, salgono con tanta altra gente. Il bimbo vedeva solo cappotti. Poi il viaggio in treno e, infine, la separazione dal padre – il bimbo starà con la madre - e una baracca: dal numero della stessa capisce che è un’altra rispetto a quella della volta precedente… 

"La mamma mi aveva cucito sul cappotto una stella gialla. Disse:<Guarda, ora hai anche tu una stella bella come quella del papà>."

L’olandese Jona Oberski, classe ’38, ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza del lager: era, allora, un bambino. E, dopo lunghi anni di analisi, ha ritrovato il bambino che lui è stato, il testimone di quell’atroce esperienza, e lo ha fatto parlare: infatti, nonostante Anni d’infanzia sia stato pubblicato nel 1978, trent’anni dopo l’esperienza vissuta, è comunque il bambino Oberski che parla non già l’adulto. Non è un caso che lo stesso Oberski abbia affermato che la guerra, prima del percorso terapeutico a cui si è sottoposto, per lui non era mai esistita e quando scrisse il libro voleva semplicemente “esprimere ciò che quella vicenda aveva significato per un bambino (…) e quando scrissi Anni d’infanzia i ricordi erano vividissimi come sono stati raccontati nel libro.”

"La sera la mamma mi domandò che cosa avevo fatto durante il giorno. Le raccontai che ero stato insieme ai ragazzi più grandi. Mi domandò se mi prendevano così senz'altro con loro e io le spiegai che ora sì, mi prendevano con loro, perché avevo superato la prova. Ero stato all'osservatorio. Lei mi domandò che cos'era, un osservatorio. Risposi che lo sapeva benissimo, che lì c'erano i cadaveri e che sapeva anche benissimo che mio padre era stato gettato sopra gli altri cadaveri e che non aveva neppure un lenzuolo e io avevo detto ai bambini che ne aveva sì uno, mentre avevo visto benissimo che non ne aveva. Mi misi a strillare che lei era matta a lasciare che lo buttassero così sugli altri cadaveri senza lenzuolo."

Una storia atroce che suscita tenerezza, ma sempre raccontata con estrema precisione per quella grande capacità che hanno i bambini di osservare i dettagli. L’esperienza del campo di concentramento vista attraverso il filtro degli occhi dei bambini che, con il loro candore, riescono a narrare episodi dolorosi e tristi (che sia la morte del padre o la follia della madre o, ancora, lo svolgere il compito di aiutante in cucina per raschiare i pezzi di patate rimasti attaccati al fondo dei pentoloni) con un una semplicità che solo loro hanno il privilegio di possedere. Dal romanzo è stato tratto, nel 1993, anche un film, Jona che visse nella balena, per la regia di Roberto Faenza.

Altri libri:
La scena perduta, Abraham Yehoshua


mercoledì 13 luglio 2016

IL PROCESSO DI SHAMGOROD - Elie Wiesel

"Dov'è Dio?"

Titolo: Il processo di Shamgorod
Autore: Elie Wiesel
Editore: Giuntina
Anno: 1995
Pagine: 90
Traduttore: Daniel Volgeman
Genere: Teatro

Il processo di Shamgorod è un testo teatrale che ho conosciuto per caso e che, per la sua intensità, mi ha dato tanto a livello emozionale. E, se ce ne fosse bisogno, Wiesel si conferma ancora una volta un grande e sensibile autore capace di scavare e di indagare nell’animo umano come pochi vi riescono.

La pièce è ambientata nel XVII secolo. È il giorno di Purim e tre attori girovaghi, Mendel, Yanken e Avremel, giungono nella locanda del taverniere Berish, sita in un piccolo villaggio dell'Europa Orientale. I tre non sanno che l'accigliato Berish è l'unico ebreo sopravvissuto, con sua figlia Hannah, a un pogrom avvenuto recentemente. Con lui, anche Maria, la serva cristiana.  Nessun altro è rimasto.  I tre attori decisi a onorare quel dì di festa, bevono in continuazione ed è palese come non abbiano i soldi per pagare. Ma il modo per pagare si troverà: insceneranno uno spettacolo per il taverniere.  Sarà lo stesso Berish a proporre il tema  dell'esibizione: un processo, ma particolare visto che l'imputato sarà Dio. Gli attori rivestiranno il ruolo dei giudici, Berish  sarà procuratore, “Uno gentile che ha il diritto di essere cattivo” e, infine, Maria, rappresenterà il popolo. Manca il difensore “Uno cattivo che è pagato per dire bene di uno ancora più cattivo” e pare che nessuno voglia assumersi questo difficile incarico difficile. “In tutta la creazione, di regno in regno, di nazione in nazione, non c'è nessuno per giustificare le vie di Dio?” dice un Mendel quasi rassegnato all'assenza, fino a che non appare lo straniero, Sam, che assumerà il compito di difendere Dio, in contumacia. Ma chi è Sam?...


Elie Wiesel in questo breve, ma pregevolissimo testo metateatrale affronta tematiche a lui ben note e care: la memoria, innanzitutto, ossia la necessità di non relegare nell'oblio frammenti di storia che hanno portato all'annientamento dell'essere umano, l'odio e la violenza dell'uomo sull'uomo, e - in  particolare – il rapporto tra la sfera umana e quella divina dove un Dio, crudele e atroce, dispensa agli assassini forza per poi lasciare alle vittime un pesante fardello fatto di amara solitudine, dolore e lacrime. Oltre che rabbia, tanta rabbia come quella incorporata dal taverniere, Berish, uno dei pochissimi rimasti dopo il pogrom di Shamgorod, un sopravvissuto/testimone come, del resto, lo stesso Weisel. Un uomo, Berish, che è anche il simbolo dell'eterna domanda “Dov'era Dio?”. Una pièce che si snoda lentamente per quel senso continuo e inquietante di attesa, quasi materiale e tangibile, che terminerà con il colpo di grazia finale. Un gioiello sia per i temi profondi e dolorosi trattati, sia per la struttura del testo (teatro nel teatro), sia per lo stile sempre impeccabile dell'autore della celebre e indimenticabile autobiografia La notte che riesce sempre a toccare corde sensibili e a far riflettere sull'insensatezza e sulla ingiustificabilità di alcune azioni umane.